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BARBIE, il film

BARBIE non è una denuncia ma una vendetta, una critica spietata, un attacco senza mezzi termini al maschile che viene presentato completamente decerebrato e causa di ogni annientamento e disfacimento della donna: ma siamo ancora lì?

I danni del patriarcato sono stati e continuano a essere causa di dolore, abuso, ingiustizia, isolamento, abbandono, paura e potremmo andare avanti all’infinito a elencare di quali colpe si possa incriminare il maschile e questo è vero, chi lo può o lo vuole negare?? Ma non è questa la strada che può emancipare la donna, non è questa l’indicazione da dare alle bambine.

Il film è un atto di accusa, per non parlare del finale quando la bellissima sceglie di uscire dal mondo irreale alla conquista della sua vagina che però mette - per prima cosa - nelle mani di un ginecologo. Che paradosso! Per la trama del film sarebbe stato più incisivo, come un riscatto, se fosse andata a conoscere un’ostetrica o doula o se magari in un lampo di genio evolutivo, Barbie metteva su un circolo di Donne del Risveglio in cui emanciparsi grazie a una presa di coscienza a favore della bellezza di ogni genere, misura e colore, e non rimestare il femminile in un focolaio di incriminazione e rabbia espressa e repressa. Ma poi perché deve farsi visitare? Perché qualcuno le dica sì, è tutto a posto? Per sentirsi rassicurare? Quindi, diventare consapevoli della propria vagina significa medicalizzare l’essere femmina? Non poteva nascere nella realtà come femmina sana? O perlomeno sì, è sana ma non si sa mai, perché dare fiducia alla natura del proprio corpo?

Ma dai…! Dov’è l’evoluzione: nell’accusa? Nella separazione? Nella discriminazione? Già perché esci dal film e ti viene da dire “se sei maschio non vali niente, non sei altro che un demente, un perdente”. Una società basata sul matriarcato pensate che possa essere differente? Femmine incazzate reprimerebbero i maschi facendo più o meno le stesse cose che i maschi hanno fatto e fanno alle femmine. Allora diverrebbe una catena senza fine retta dall’assioma “dente per dente”.

Ma basta.

Basta guerra, basta conflitti intellettuali, basta escludere in base al sesso, a una misura in kg o cm, in base a una casta a cui si appartiene perché te l’appioppano dalla nascita. Basta.

E poi… il finale… così retrogrado e appiattente! Non solo mette Barbie nelle mani di un maschile che di femminile non ha mai provato nemmeno l’ipotesi di una sensazione ma le fa anche inforcare le Birkenstock come a dire se vuoi ritrovare la tua vagina – emblema del tuo femminile archetipale, non puoi farlo con dei tacchi da 12! Un cliché così primitivo. Ma che limiti ci poniamo?

Non mi interessa se usi le ciabatte o i tacchi.

Non mi interessa se ti piace il rosa o il giallo, se ti trucchi o vai al naturale e nemmeno se hai la cellulite sulle cosce o nel cervello: mi interessa trasmetterti come uscire dal velenoso girone della rabbiapaura perché tu possa arrivare ad amarti e a tirar su una figlia degna di ogni suo potenziale, sicura di ogni sua capacità, curiosa di conoscere il mondo anche maschile, sì, perché no, e senza paura saperlo affrontare perché è e sarà solo di fronte a una donna evoluta che l’uomo non la obbligherà a coprirsi il volto, non la obbligherà a nessun tipo di abuso e non potrà più farle paura!

Le donne che praticano l’infibulazione alle bambine, le donne che trattengono la bambina mentre viene violentata, le donne che sanno e tacciono omertose mentre il figlio palpeggia la nipotina sono uguali, uguali, né più né meno, agli uomini che le abusano perché una femmina che fa un gesto del genere o una mamma che addobba sua figlia come un albero di bianco natale per darla in sposa, anzi, in pasto a un vecchio è solo una donna ancora succube di tutte le ingiustizie vissute da generazioni e generazioni. Una madre che non riesce a essere empatica con sua figlia è una donna che ha ancora dentro di sé la bambina violentata e abbandonata che piange, che ha bisogno di aiuto e che ha bisogno di essere soccorsa da una persona che possa guidarla a elaborare il dolore e i traumi vissuti. Ecco: io tifo per tutte loro, le amo e mi auguro che il prima possibile possano riscattare quella voglia di essere libere dal male dentro. Di conseguenza, lo saranno fuori.

Perché per uscire dall’inferno del dolore devi fare un salto di coscienza, vuoi capirlo o no?

Non è nell’accusa, non è nella lotta, è nel risveglio, è nell’unità. L’unità che devi trovare prima dentro di te. Non puoi essere felice o vivere in perfetto stile tantrico con il partner se prima non hai trasformato i tuoi fantasmi interiori in forza e intelligenza a tuo vantaggio. Intendo dire per la tua espansione, evoluzione e progresso. E non vale solo per la femmina, anche il maschio ha da fare i conti con i propri fantasmi, con le proprie paure vissute. C’è solo da augurarsi che scelga l’amore, che scelga non la strada più facile cioè la fuga verso l’isolamento o verso una nuova mutandina di pizzo per garantirsi una nuova illusione. Sarebbe codardia. Il suo riscatto potrebbe essere “mi libero dalle paure per essere libero di amare per davvero, senza maschere, chi ho scelto al mio fianco”. Non so che sesso abbia, se sia maschio o femmina, so solo che questo è CORAGGIO.

Dove il maschio può trovare la sua forza? Nel suo femminile interiore, nel riempire i suoi muscoli degli steroidi naturali della gentilezza e dell’accoglienza verso un femminile che se supera la fatidica e ancestrale rabbiapaura sarà libera di farsi abbracciare. E sarà un abbraccio vero in cui non c’è una vittima e un carnefice, in cui non c’è il forte e la debole, l’incazzata e il colpevole, sarà l’unione in cui trionfa il rispetto l’uno per l’altra, in cui si esalteranno nuovi propositi e progetti da realizzare insieme.

Allora, il femminile e il maschile guariti dalla rabbiapaura avranno vinto e vivranno in quella realtà proiettata e concretizzata dai loro stessi pensieri.

Pensieri nuovi, freschi, leggeri e profondi in cui semplicemente stare bene insieme e non certo per lottare l’uno contro l’altra bensì per costruire un edificante presente.

Fa’ che tutto questo non sia utopia e diventi la tua realtà.

È possibile, credimi.

Anna Capurso

www.annacapurso.com


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